Seduta
in cima al trentatré-esimo gradino Viola pensava allo smisurato
fascino esercitato su di lei da Settembre. Si conoscevano ormai da
ventitré estati e quel sentimento tra loro non era mai cambiato. Il
guaio- pensò Viola- è che Settembre era bello. Non di
quella bellezza vistosa di cui era solito ricoprirsi Maggio,
eccedendo con fiocchi di luce, fiori e colori. A lei non piaceva
quell'esplosione di estrosità.
Settembre
era piuttosto la bellezza delle piccole cose, la nostalgia del tempo
passato, un uomo dagli occhi stanchi e una sigaretta tra le mani.
Appoggiata allo stipite della sua dimora, Viola, sul calar della
sera, lo osservava muoversi in silenzio. Lui si tingeva di rosso,
imbarazzato da quegli sguardi furtivi, e stendeva su di lei una
brezza leggera per soffiar via i pensieri.
Soffiava sui tramonti e
sulle mani sporche di sabbia, sulle gambe scoperte, sul blu del mare.
Soffiava sugli sguardi fugaci di due occhi grandi ritrovati, sulle
birre bevute, sui gelati mangiati.
Soffiava sui libri apparentemente
dimenticati, sulle frasi appuntate sul diario rosso, sulla leggerezza
del cuore, sui baci rubati.
E Viola
restava lì, con gli occhi sognanti e un sorriso dolceamaro, a farsi coprire d'ignoto e di nuove promesse che Settembre non avrebbe
rispettato.
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